"Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!"
Secondo il racconto narrato da Virgilio nell’Eneide, Didone, bellissima regina fenicia, si innamorò perdutamente del giovane Enea, il cui destino era già stato prefissato dagli dei. Forse era nota già a Virgilio l’impeccabile capacità femminile di prevedere lo svolgersi degli eventi; difatti Didone aveva intuito bene. Prima che Enea potesse comunicarlo, la regina fenicia scopre del “tradimento” del pio Enea, intrattenendo con lui un vivace, quanto triste dialogo.
"At regina dolos (quis fallere possit amantem?) praesensit, motusque excepit prima futurosomnia tuta timens"                 
“Ma la regina (chi potrebbe, infatti, eludere una donna innamorata?), presentì il tradimento ed intuì per prima quegli inganni, sospettosa di tanta quiete”
Dopo aver appreso la notizia, la regina, interamente dominata dal furor, e descritta come “inops animi” (priva di senno), decide di affrontare Enea per prima: 
"Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum posse nefas tacitusque mea decedere terra? Nec te noster amor nec te data dextera quondam nec moritura tenet crudeli funere Dido? mene fugis? per ego has lacrimas dextramque tuam te(quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui), per conubia nostra, per inceptos hymenaeos, si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam dulce meum, miserere domus labentis et istam, oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem.                                                       Cui me moribundam deseris?”
"E tu speravi, ingrato, di celarmi un così grande misfatto e partire dalla mia terra insalutato? Dunque non può proprio fermarti il nostro amore, la tua promessa, né la dura morte che certamente colpirà Didone? Ma allora è me che tu fuggi? Per la tua mano, per queste mie lacrime (dal momento che nulla, infelice, ormai mi resta), per questo letto, per le nostre nozze ancora fresche, se mai qualche bene ho da te meritato, se hai gradito le mie carezze, abbi pietà, ti prego, di questa casa che crolla, e, se ancora c’è qualche ascolto alle preghiere, cessa dal tuo folle proposito! A chi mi lasci, moribonda che sono?”
Nonostante le insistenti suppliche di Didone, Enea l’abbandona. Ma il dolore provocato da quell’abbandono la colpì talmente forte che, un giorno, decise di porre fine a quella terribile lacerazione, fingendo un sacrificio e gettandosi sulla spada di Enea.
Oh Amore, a cosa non spingi i cuori mortali!
Ago 27, 2013

"Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!"

Secondo il racconto narrato da Virgilio nell’Eneide, Didone, bellissima regina fenicia, si innamorò perdutamente del giovane Enea, il cui destino era già stato prefissato dagli dei. Forse era nota già a Virgilio l’impeccabile capacità femminile di prevedere lo svolgersi degli eventi; difatti Didone aveva intuito bene. Prima che Enea potesse comunicarlo, la regina fenicia scopre del “tradimento” del pio Enea, intrattenendo con lui un vivace, quanto triste dialogo.

"At regina dolos (quis fallere possit amantem?) praesensit, motusque excepit prima futurosomnia tuta timens"                

Ma la regina (chi potrebbe, infatti, eludere una donna innamorata?), presentì il tradimento ed intuì per prima quegli inganni, sospettosa di tanta quiete”

Dopo aver appreso la notizia, la regina, interamente dominata dal furor, e descritta come “inops animi” (priva di senno), decide di affrontare Enea per prima: 

"Dissimulare etiam sperasti, perfide, tantum posse nefas tacitusque mea decedere terra? Nec te noster amor nec te data dextera quondam nec moritura tenet crudeli funere Dido? mene fugis? per ego has lacrimas dextramque tuam te(quando aliud mihi iam miserae nihil ipsa reliqui), per conubia nostra, per inceptos hymenaeos, si bene quid de te merui, fuit aut tibi quicquam dulce meum, miserere domus labentis et istam, oro, si quis adhuc precibus locus, exue mentem.                                                       Cui me moribundam deseris?”

"E tu speravi, ingrato, di celarmi un così grande misfatto e partire dalla mia terra insalutato? Dunque non può proprio fermarti il nostro amore, la tua promessa, né la dura morte che certamente colpirà Didone? Ma allora è me che tu fuggi? Per la tua mano, per queste mie lacrime (dal momento che nulla, infelice, ormai mi resta), per questo letto, per le nostre nozze ancora fresche, se mai qualche bene ho da te meritato, se hai gradito le mie carezze, abbi pietà, ti prego, di questa casa che crolla, e, se ancora c’è qualche ascolto alle preghiere, cessa dal tuo folle proposito! A chi mi lasci, moribonda che sono?”

Nonostante le insistenti suppliche di Didone, Enea l’abbandona. Ma il dolore provocato da quell’abbandono la colpì talmente forte che, un giorno, decise di porre fine a quella terribile lacerazione, fingendo un sacrificio e gettandosi sulla spada di Enea.

Oh Amore, a cosa non spingi i cuori mortali!